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La plastica: un amico poco affidabile o un nemico (in)visibile


Morbida, dura, colorata o trasparente, negli ultimi sessant’anni, la plastica ha rivoluzionato la nostra vita, contenendo di tutto. Ora dobbiamo però fare i conti con la salute e l’ambiente

 


Non si è mai lontani più di tre passi da qualche oggetto di plastica. Il mondo moderno è costruito di plastica. Economica, capace di essere trasformata in qualsiasi forma immaginabile, forte e durevole,
la plastica è meravigliosa…. e ci fornisce le cose che amiamo e di cui abbiamo bisogno e a cui siamo abituati! Dove saremmo senza caschi, borsette, spazzolini da denti e pacemaker?
Si è rivelata talmente utile per gli esseri umani che dagli anni '50 si stima che ne abbiamo prodotta una quantità pari a 8,3 miliardi di tonnellate.
È passato appena un secolo dall’inizio della nostra “love story” con la plastica e stiamo iniziando a capire che in realtà non è una relazione così sana. Riempie le nostre discariche, nuoce al nostro ambiente e mette in pericolo la nostra salute. Ciò nonostante, questa relazione di amore/odio non è finita e i nuovi usi della plastica non smettono mai di stupirci. Circa il 79% della plastica prodotta negli ultimi 70 anni è stata gettata via, nelle discariche o direttamente nell'ambiente. Solo il 9% viene riciclato ed il resto incenerito. Le materie plastiche sono una delle prime cause della diminuzione delle riserve dei combustibili fossili, dell’aumento nell’ambiente delle sostanze chimiche nocive e rappresentano la stragrande maggioranza dei rifiuti abbandonati.
Come sottolinea la giornalista Susan Freinkel nel suo accattivante bestseller “Plastic, A toxic Love story”, c’è voluto un attimo per passare da “un rapito abbraccio ad un profondo disincanto".
Nell'ultimo decennio abbiamo prodotto tanta plastica, tanta quanta in tutto il ventesimo secolo. Ci sono 500 volte più pezzi di plastica nel mare di quante siano le stelle nella nostra galassia e nel 2050 si stima che nel mare ci sarà più plastica che pesce. Forse non sconvolgente, ma decisamente devastante. La plastica potrebbe diventare una delle caratteristiche distintive di una nuova epoca nella storia del pianeta: lo strato di plastica diffuso in tutto il mondo dagli anni '50 in poi formerà una linea evidente nelle rocce sedimentarie del futuro.
E questa è una delle ragioni per cui, insieme all’inquinamento, agli effetti dei cambiamenti climatici e all'estinzione di molte specie animali, i geologi stanno considerando di dichiarare la fine dell'Olocene e l'inizio dell'Antropocene o "Epoca degli umani".


La plastica a tavola

Siamo sempre più consapevoli di come la plastica stia inquinando il nostro ambiente. Studi recenti mostrano che la plastica entra nella catena alimentare perché, dopo essere stata gettata nel mare, attrae le specie acquatiche allo stesso modo delle esche da pesca. Per le tartarughe marine, sacchetti di plastica nell'acqua possono assomigliare a delle meduse.
Fluttuando sulla superficie, la plastica può sembrare uno spuntino gustoso per un gabbiano ed essere addirittura più appetitosa del plancton per la piccola larvetta inesperta. È di pochi giorni fa la notizia che ha destato l’interesse dei media nonché l’opinione pubblica relativamente al ritrovamento del cadavere di un capodoglio spiaggiato con all’interno un feto di più di 2 metri in via di decomposizione cone diversi chili di plastica nello stomaco.
Tubi elettrici, buste per la spesa, grovigli di lenze e anche un contenitore del detersivo erano presenti nel suo apparato digerente. Stando a quanto emerso dopo tutti gli esami eseguiti, il capodoglio sarebbe morto per denutrizione, in quanto i 22 chili di plastica, hanno rappresentato un severo ostacolo per l’assorbimento di nutrienti contenuti nel cibo ingerito.
Un destino simile è spettato alla balena morta nelle Filippine perché aveva nello stomaco 40 chili di plastica.
Ma la plastica non è un problema solo se ingerita, e ne è un esempio Afrodite, la tartaruga a cui è stata amputata la pinna anteriore sinistra perché in completa cancrena a causa dei diversi metri di lenza in nylon che ci si erano aggrovigliati attorno. Dato che la plastica si degrada in pezzi così piccoli da attraversare lo stomaco e bioaccumularsi nei tessuti di pesci e altri animali, è evidente che abbiamo iniziato a mangiare parte della plastica che abbiamo gettato in mare anni fa. Nell’ultimo periodo l’attenzione si è concentrata sul modo
in cui le microplastiche, piccoli pezzi che vanno da 5 millimetri fino a 100 nanometri di diametro, stiano riempiendo i mari e penetrando nei tessuti si accumulano nelle creature che ci vivono.
Questi possono essere preda di altri organismi più in alto nella catena alimentare e tale contaminazione arriva fino ai grandi predatori, come il tonno e gli stessi uomini. Le microplastiche sono state trovate anche nei pesci in scatola. Si stima che consumando una porzione di pesce, il consumatore può ingerire fino a 5 particelle di microplastiche, senza però escludere la possibilità che queste possano provenire anche dal processo di inscatolamento o dall'aria.
Ovviamente pesci, crostacei e molluschi non sono le nostre uniche fonti alimentari che possono contenere microplastiche e altre fonti non legate al mare potrebbero essere molto più preoccupanti.

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Ma che cos’è che rende la plastica così pericolosa?

La gran parte dei contenitori di plastica per la conservazione dei cibi è composto da una serie di sostanze chimiche, che in particolari condizioni, possono essere rilasciate e contaminare il cibo che contengono. Questo significa che anche se acquistiamo cibi biologici o li coltiviamo direttamente ma li conserviamo in contenitori di plastica la qualità del prodotto finale non potrà essere garantita.
È chiaro che la tossicità della plastica è legata alla sua composizione chimica.
Tra le sostanze chimiche dannose più note e studiate presenti nei contenitori di plastica spiccano il Bisfenolo-A (BPA), gli ftalati e lo stirene. Tutti questi composti vengono aggiunti alla plastica per conferirle le caratteristiche che ce ne hanno fatto innamorare, come la flessibilità, la resistenza agli urti e l’estrema durabilità nel tempo.
Ma perché queste sostanze sono così pericolose? Hanno la capacità di alterare il funzionamento del sistema endocrino, perciò vengono definite “interferenti endocrini”. Un interferente endocrino è una sostanza chimica in grado di mimare l’azione degli ormoni naturali presenti nel nostro organismo alterando l’equilibrio ormonale che controlla moltissimi processi fisiologici, tra cui la riproduzione, il metabolismo, il sistema immunitario, l’apprendimento e molto altro.
Per citare un esempio tra tanti, il BPA e i suoi derivati, sono in grado di trasformare le cellule staminali in cellule adipose e quindi l’esposizione a queste sostanze, rende più facile per il corpo immagazzinare calorie piuttosto che consumarle. Da qui ha origine la teoria dell’obesità epidemica elaborata da Blumberg.
Tutte queste evidenze scientifiche hanno fatto sì che dal 2021 abbia inizio la guerra alla plastica e soprattutto a quella monouso!
E mentre continuiamo a studiare gli effetti di queste sostanze chimiche sulla salute, ecco alcuni consigli per combattere questo “amico poco affidabile”:
• Optare il più possibile per cibo fresco o surgelato, invece di quello in scatola.
• Utilizzare contenitori in vetro o in acciaio inossidabile per la conservazione
dei cibi.
• Attenzione al microonde, l'etichetta "microwaveable" significa sicurezza per il contenitore, non per la nostra salute!
• Adottare misure per ridurre la nostra esposizione e quella degli altri agli additivi della plastica.

Agli irriducibili amanti della plastica dobbiamo far comprendere l'importanza dell'azione individuale e dell'innovazione tecnologica al fine di iniziare un processo di disintossicazione dalla dipendenza dai sintetici. È altrettanto importante la volontà politica basata sulle evidenze scientifiche per indirizzare le future scelte verso un mondo plastica-free.


Il lungo viaggio della plastica

È crescente la preoccupazione relativa al fatto che la plastica si accumuli nei tessuti degli organismi acquatici in seguito al processo di degradazione “naturale” che la rende così piccola da consentirgli di viaggiare, attraverso la parete dell'intestino, nel flusso sanguigno e accumularsi nel tessuto muscolare. L'esposizione al BPA è stata associata ad aborti, malformazioni e disturbi dello sviluppo embrionale, tumore alla prostata, tumore alla mammella, iperattività e disturbi dell’attenzione, diabete, ecc... Come evidenziato da numerosi studi in laboratorio, l’ingestione di microplastiche può generare sugli organismi marini due tipi di impatti differenti: di natura fisica (ad esempio lesioni agli organi dove avviene l’accumulo) e chimica (trasferimento e accumulo di sostanze inquinanti).
Nel laboratorio di Biologia dello Sviluppo e Riproduzione del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, da tempo si stanno effettuando degli studi volti a valutare la tossicità degli additivi della plastica sulla fisiologia di teleostei acquatici. Grazie ad una serie di fondi che includono un Progetto di Rilevante interesse Nazionale, finanziato dal MIUR (PRIN2010-2011), dal titolo “Turmoil exerted by endocrine disruptors in vertebrates: emerging aspects in the induction of obesity and reproductive activity alteration” e uno finanziato dal Ministero della Sanità, Progetti finalizzati 2009- RF-2009-1536185, dal titolo “Food and environmental safety: the problem of the endocrine disruptors” sono stati ottenuti importanti risultati che hanno messo in evidenza l’effetto tossico degli additivi della plastica a livello riproduttivo e metabolico. Come già descritto, la contaminazione del cibo, rappresenta una fonte importante di trasmissione degli inquinanti lungo la catena alimentare.
Nell’ambito di questi progetti, sono stati utilizzate 2 specie, l’orata (Sparus aurata), pesce di grande interesse commerciale e lo zebrafish (Danio rerio) uno dei modelli sperimentali più utilizzati in tossicologia, il cui DNA totalmente sequenziato ha evidenziato molte similitudini con quello umano, sono stati esposti ad additivi della plastica attraverso la dieta oppure attraverso l’acqua. I risultati ottenuti nei nostri laboratori utilizzando l’orata come specie target, hanno evidenziato che il BPA e il di-isononilftalato (DiNP), un plastificante di nuova generazione introdotto recentemente per sostituire il dietilesilftalato classificato come cancerogeno, quando presenti nella dieta, sono in grado di interferire con la riproduzione. Nel plasma di maschi esposti a questi 2 inquinanti abbiamo trovato livelli elevati di una proteina sesso specifica, la vitellogenina. Questa proteina viene fisiologicamente prodotta nel fegato di femmine sotto il controllo degli estrogeni e rilasciata nel circolo sanguigno.
Attraverso il sangue la vitellogenina raggiunge l’ovario dove viene selettivamente incorporata dagli oociti in crescita e immagazzinata sotto forma di proteine del tuorlo essenziali per il futuro sviluppo embrionali. Questo accade nel maschio grazie all’effetto estrogenico del BPA, questo contaminante è in grado di mimare l’effetto degli ormoni femminili e di indurre la femminilizzazione dei maschi.
Nei casi più gravi, questo si manifesta in un fenomeno definito “intersex”, in cui in specie a sesso separato, la gonade maschile presenta allo stesso tempo sia ovociti che spermatozoi.
Purtroppo, questi fenomeni sono sempre più comuni anche in natura, come è stato osservato recentemente in specie selvatiche (come le alici dell’Adriatico) pescate nei nostri mari.
In condizioni di laboratorio, quando le orate sono alimentate con una dieta contaminata con DiNP, si osserva una drastica diminuzione del numero di spermatozoi motili e della loro velocità suggerendo basse performance riproduttive dei maschi di orata esposti a DiNP ovvero scarse possibilità di fecondare l’oocita in mare.
Nello zebrafish, dati preliminari mostrano che maschi esposti nelle prime fasi di vita ad alte concentrazioni di BPA, nella fase adulta presentano alterazioni della struttura gonadica con alto accumulo di grasso interstiziale.
Ad essere alterata, non è solo la riproduzione, anche il metabolismo epatico. Le cellule del fegato dei pesci che vengono a contatto con gli additivi della plastica tendono ad accumulare grasso, un fenomeno definito come steatosi epatica, che però non dipende da un’eccessiva alimentazione, ma da un’alterazione del metabolismo dei lipidi, quindi l’inquinante stimola il fegato a sintetizzare e accumulare grasso, piuttosto che a bruciarlo. Ulteriori dati scientifici evidenziano una chiara relazione tra l’esposizione agli ftalati e i disturbi da deficit di attenzione e dell'apprendimento nei bambini dai 6 ai 15 anni.
Questi disturbi possono insorgere sia attraverso una esposizione diretta agli inquinanti, che per via trans-generazionale, attraverso esposizioni prenatali durante le fasi precoci dello sviluppo embrionale (esposizione uterina) con conseguenze negative, insorgenza di sindromi metaboliche o malattie cardiache nella fase di vita adulta.

Una scelta consapevole e sostenibile: la bioplastica

Mentre continuano gli studi che mettono in risalto la tossicità della plastica, i consumatori e soprattutto i produttori sono impegnati a trovare un'alternativa valida al materiale “onnipresente” e le bioplastiche sono emerse come una potenziale alternativa. Il nome sembra promettente e suggerisce un prodotto amico della Terra. Ma la bioplastica sarà la soluzione ai nostri problemi ambientali? Un articolo facile da usare, simile alla plastica ma il cui uso incontrollato possa non far venire sensi di colpa? Termini come "biodegradabile", "bioplastica" e "compostabile" fanno pensare che queste materie plastiche siano più "ecologiche". Tuttavia, la realtà non è così semplice.
Il problema principale è la mancanza di comprensione della natura delle materie plastiche compostabili o biodegradabili e delle loro specifiche applicazioni.
Le bioplastiche sono prodotte utilizzando materie prime rinnovabili anziché essere ricavate direttamente dal petrolio e possono essere utilizzate nella produzione di polimeri convenzionali che possono essere riciclati, come Polietilene tereftalato (PET) riciclato o polimeri biodegradabili come l’acido polilattico (PLA). Le bioplastiche attualmente sul mercato sono composte principalmente da farina o amido di mais, grano o altri cereali e non possono essere considerate esenti da impatto ambientale.

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Bisogna considerare le emissioni di carbonio associate alle colture in crescita nonché le condizioni necessarie al loro processo di degradazione, quindi va considerato se il polimero si degrada facilmente nel compost domestico, o se deve essere trattato in un impianto di compostaggio industriale. Molte materie plastiche che sono descritte come biodegradabili o compostabili devono essere raccolte e separate dal resto dei rifiuti di plastica e inviate a un impianto di compostaggio appositamente progettato in cui possono essere smaltite con successo.
Queste strutture esistono per gli sprechi alimentari, ma garantire che il confezionamento compostabile raggiunga la stessa efficienza di smaltimento risulta al momento difficile.
Pertanto, affinché le bottiglie d'acqua in plastica biodegradabile siano riciclate correttamente, sarebbe necessaria una campagna di comunicazione pubblica affinché le persone comprendano che la plastica biodegradabile va smaltita con gli scarti alimentari. Alcuni imballaggi, come quelli fatti con l'amido, si deteriorano facilmente nell’ambiente, tuttavia non è possibile passare completamente a questa tipologia di materiali nel settore della ristorazione perché non sono adatti a tutte le applicazioni e tendono a rompersi facilmente a contatto con i liquidi. È importante che i proprietari di marchi e i produttori di alimenti considerino con molta attenzione quale formato di imballaggio utilizzare al fine di garantirne lo smaltimento adatto. Garantire che i prodotti siano "progettati per il riciclaggio" è fondamentale se si vuole ottimizzare l’uso delle risorse e andare verso un sistema sostenibile che consenta di preservare l’ambiente per le prossime generazioni.
Si stima che più del 90% della plastica che inquina l’ambiente marino, derivi dai rifiuti "on-the-go".
Andrebbero quindi potenziati i sistemi di smaltimento e riciclaggio nei luoghi pubblici per consentire alle persone di riciclare quando sono in giro: stazioni ferroviarie, aeroporti e centri urbani.
Ma le persone devono usarli, comprenderne l’importanza.
Ciò può accadere solo investendo nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica partendo da campagne nelle scuole materne, elementari e medie, per indurre cambiamenti comportamentali.
Realizzando. Serve inoltre investimenti nelle infrastrutture per garantire il riciclaggio delle materie plastiche biodegradabili e con questo tutelare la salute dei cittadini. Secondo UNEP e WHO, i disordini legati alla contaminazione di interferenti endocrini sono in aumento in tutto il mondo. L’aumento di conoscenza dovrebbe contribuire a migliorare la politica di prevenzione e, di conseguenza, a ridurre l'onere finanziario delle cure sanitarie legate all'inquinamento. La diffusione dei risultati scientifici dovrebbe stimolare la riduzione volontaria dell'uso e il rilascio di sostanze pericolose da parte dei fabbricanti e sostenere le scelte dei consumatori.
L’attività di divulgazione dei risultati scientifici allo scopo di creare consapevolezza tra i cittadini e la società sarà fondamentale. Al momento se la plastica biodegradabile è migliore per l'ambiente resta
ancora una domanda aperta!

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