Recupero fresato: Italia indietroRiciclato solo un quarto del materiale delle pavimentazioni stradali




La partita legata al riciclo delle pavimentazioni stradali vede l'Italia nettamente attardata rispetto all'Europa, seppure il settore presenti risultati in crescita (cinque punti percentuali guadagnati nel periodo 2014-2018).

A fronte di un dato medio del 60 per cento nel Vecchio Continente, nel nostro Paese solo un quarto del materiale asportato mediante fresatura prende la via degli impianti di recupero. Se si considera che il risparmio annuo attuale sulle materie prime viaggia intorno ai 300 milioni di euro e che potrebbe invece toccare quota 1.200.000 euro, il danno economico appare evidente. Senza contare il mancato risparmio in termini di emissioni inquinanti, pari all'attività di tre raffinerie di medie dimensioni, e quanto rilasciato dagli scarichi dei 330.000 autocarri costretti a circolare senza sosta su e giù per il territoro nazionale.

I vantaggi ambientali legati a un recupero integrale del fresato d'asfalto si tradurrebbero in una riduzione delle importazioni di petrolio, dell'attività di estrazione dalle cave, con conseguente costi di lavorazione più bassi, così come il numero di trasporti delle materie e le emissioni inquinanti.

La situazione descritta è determinata da almeno tre fattori, come rilevato nella nota diffusa dal Siteb - Associazione Strade Italiane e Bitumi – che ha condotto un'analisi sull'andamento del riciclo delle pavimentazioni stradali basandosi sui dati Eapa relativi ai principali paesi europei.

Sul banco degli imputati, quando si guarda all'Italia, finiscono la burocrazia, il regime delle autorizzazioni, definito complesso e non uniforme, e un atteggiamento di pregiudizio da parte di tecnici e progettisti.    

Problemi che evidentemente non si pongono nel Regno Unito, dove è recuperato il 90 per cento del fresato, in Germania (84 per cento) e in Francia (70 per cento), ma anche nel più piccoli stati del Belgio (qui si tocca addirittura il 95 per cento) e dell'Olanda (71 per cento). Il quadro normativo aiuta: all'ombra della Tour Eiffel, ad esempio, non è consentito dismettere il fresato d'asfalto, che trova nuova vita all'interno del ciclo produttivo in qualità di 'prodotto primario'.

Miglior materiale costituente secondo gli addetti ai lavori tedeschi, che ne trattano 13 milioni di tonnellate l'anno, è sottoposto in Olanda a un ciclo che elimina la presenza eventuale di catrame, permettendo il recupero integrale dell'inerte. Quante volte possa essere riciclato è oggetto di studi di settore nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Giapppone. Quanto invece all'Italia, occorre ricordare che il nostro Paese è uno dei produttori di riferimento del conglomerato bituminoso (l'asfalto che copre le nostre strade), utilizzato per gli interventi di manutenzione ripartiti, dopo anni di fermo, solo di recente.

Entro questa cornice potrebbe assumere un ruolo funzionalmente ed economicamente vantaggioso proprio il fresato, da riutilizzarsi all'interno dei cantieri predetti in virtù delle sue elevate caratteristiche tecniche e dell'altrettanto considerevole valore economico (vedasi quanto sopra). Al calcolo di 300 milioni circa di euro in meno per l'acquisto di 300.000 tonnellate di bitume vergine si legano un calo a livello di fabbisogno di petrolio e il recupero di inerti in quota di 7.500.000 tonnellate.

La soluzione non appare tuttavia dietro l'angolo nonostante l'approvazione del Decreto End of Waste (69/2018), che però non è andato a intervenire sui limiti quantitativi delle vecchie autorizzazioni in procedura semplificata per il recupero del fresato d'asfalto; e la spinta, a livello nazionale ed europeo, a utilizzare in maniera accorta e razionale le risorse ambientali.

"Troppo spesso la normativa nazionale si presta a differenti interpretazioni da parte di Enti e Regioni che disorientano gli operatori del settore, creando uno scenario incerto - ha sottolineato il Direttore del Siteb, Stefano Ravaioli -. È paradossale che proprio nel Paese in cui c’è la maggior disponibilità di fresato 'pulito' (senza inquinamento da catrame), riciclabile al 100%, si faccia il possibile per ostacolarne, anziché incentivarne, il recupero. E’ una questione di buon senso!".

Ravaioli ha quindi aggiunto: "Per portare l’Italia ai livelli degli altri paesi europei è necessario un ulteriore sforzo per semplificare ulteriormente le procedure. Codice degli Appalti e Criteri Ambientali Minimi sono strade che possono contribuire seriamente alla Green Economy, purché, soprattutto questi ultimi, si basino su concetti semplici e realizzabili. L’Economia Circolare è un dovere per la Pubblica Amministrazione e una priorità per tutti!".